Vecchia signora indegna

Tutt'attorno era buio abbastanza da far sembrare luce quella che la fievole lampadina, schermata da un paralume di paglia intrecciata, proiettava sulle tovaglie rosse. Forse era meglio così, le macchie si confondevano con le ombre ed era più facile ascoltare i fruscii e i sussurri che salivano dal giardino. Tra i rampicanti che coprivano la veranda il mistero si addensava senza impaurire, domestico e amichevole come un profumo di cucina.
I gradini della scaletta esterna scricchiolarono. Gloria chiuse il libro che tentava invano di decifrare con gli occhi stretti e le sopracciglia aggrottate. Tolse gli occhiali e si volse verso il ragazzino tibetano che le portava la cena. Delicato, sorridente, scaricò sul tavolo un bicchiere di porto, un'omelette pallidina, un piatto di chapati. Niente di molto appetitoso.
"Ha bisogno d'altro, signora?" mormorò nel suo inglese professionale.
"Ancora un bicchiere di porto tra mezz'ora" chiese Gloria, senza molta speranza che l'ordine venisse eseguito.
Dopo neanche un minuto, mentre non aveva ancora iniziato a mangiare l'omelette, il ragazzo tornò con il bicchiere pieno di vino dolce e appiccicoso e il solito mazzetto di ricevute scritte a mano, in doppia copia e carta carbone. Gloria pagò e si dispose a godere il momento. Prima di ridiscendere il ragazzino accese i ventilatori, e lei attese che fosse tornato al piano terreno per spegnerli. Le davano fastidio il ronzio sordo e l'aria che smuoveva i tovaglioli, ma per i gestori era un riflesso condizionato, dovunque entrassero li accendevano. Mentre spezzava un chapati e lo avvolgeva attorno a un pezzetto di omelette si chiese oziosamente, per l'ennesima volta da quando era arrivata, che cosa ci facesse una famiglia di tibetani a Panjim, Goa, in un'antica residenza portoghese trasformata in albergo. Ma non aveva nessuna importanza, in realtà. Importante era poter bere un porto nel caldo della sera, su una veranda buia, mentre nelle case attorno la vita ferveva sommessa e incomprensibile.
Sorseggiando il porto si accese una sigaretta. Un rumore di flauti e tamburi la spinse a sporgersi dalla balaustra, scostando i rampicanti per vedere quello che succedeva in strada. Era solo una modesta processione di quartiere in cui una statua di Ganesh, coperta di lampadine colorate, veniva portata in giro senza che lei potesse capirne il perché. Osservò per un poco i musicanti e gli scarsi devoti, poi tornò al tavolo dalla tovaglia sporca per finire il porto. Anche la giornata era finita, e non erano nemmeno le nove di sera. Un terzo bicchiere di vino era impensabile. Gloria scacciò i moschini con il menu che prometteva quello che la cucina non era in grado di realizzare. Sbadigliò e raccolse le sue cose. In camera accese il ventilatore e si mise a letto con il libro. Le finestre erano spalancate, ma siccome davano su un basso tetto decise che era meglio chiuderle. Non si sa mai che cosa possa arrivare da un tetto. Una lotta al buio con un topo non l'attirava. Escluse notte e alberi e profumi e si dispose alla traversata che l'avrebbe condotta al mattino.

Col chiaro la sensazione di mistero non spariva. Proprio davanti all'uscita dell'albergo c'era una casa a due piani, lebbrosa e scrostata, vagamente azzurra. Al piano terreno una bottega di sarto, qualche piantina in latte di sardine. Ma la porta principale era inchiodata con due assi in croce. Gloria aveva provato a sbirciare nelle fessure e non aveva visto altro che una scala di legno. Il primo piano era tutto disabitato, con le persiane rotte che lasciavano intravedere i vetri sporchi, il soffitto di incannicciato, il buio vuoto. Un paio di balconi pericolanti si sporgevano sulla strada, minacciando i passanti. A Gloria veniva un brivido ogni volta che le passava davanti. Una notte, sdraiata nel suo letto nell'attesa del sonno che tardava, sotto il ronzio familiare dei ventilatori, con la luce vaga della strada che penetrava dalle tende, aveva provato a inoltrarsi con l'immaginazione nelle stanze vuote. Gliene era derivato un tale senso di disagio che per tutta la notte era stata costretta a lottare con le visioni di solitudine, squallore e abbandono che continuavano a insinuarsi nei suoi sogni.
Camminando per l'antico quartiere portoghese di Fontainhas, centro della vecchia Panjim, Gloria non riusciva a trattenersi dal guardare dentro le case. Avrebbe dato una mano per curiosare a suo agio nelle vaste cavernose camere intonacate di verde velenoso o azzurro tisico, dalle finestre difese da vigorose grate, spiando le vite buie che vi si svolgevano. Più facile era sostare davanti alle bottegucce aperte alla vista, molte occupate da una macchina da cucire e pile di tessuti sbrindellati. Nei vicoli laterali fiorivano giardinetti di strada, dappertutto rampicanti e umidità e tegole verdi di muffa e insegne di 'Guest house' e 'Rooms to let', ma apparentemente nessun ospite straniero. Ogni tanto si imbatteva in una maestosa Casa degli orfani o un Convento di Maria Vergine, con nicchie e madonne dal manto azzurro ridipinto di recente, fiori finti e lumini.
Quella sera decise di cenare in un ristorante che aveva notato più volte. Era al primo piano di una vecchia casa, aveva una lunga balconata sulla strada da cui si vedeva l'interno, scuro e lucido di legno. 'Venice' diceva l'insegna. Forse fu la nostalgia evocata dal nome, forse la noia della cattiva cucina dell'albergo. Salì la ripida scaletta scricchiolante, sedette a un tavolo davanti al balcone, illuminato solo da una pallida lampadina nascosta in un'abat-jour a campana che proiettava sulla tovaglia bianca, piena di macchie e strappi, una pozzetta di roseo chiarore. Non c'erano altri clienti, né si vedeva nessuno in giro.
Passarono dieci minuti prima che arrivasse un cameriere con un menu unto e bisunto. Gloria aveva avuto tutto il tempo di osservare le decorazioni, che andavano dalle conchiglie e i pesci imbalsamati a stampe del sacro cuore sanguinante. Sul foglio ingiallito, racchiuso in una fodera di plastica, i piatti erano numerosi e molto attraenti.
"Caldo verde" ordinò.
"Mi spiace, è finito".
"Allora caldeirada de peixe".
"Oggi i pescatori non sono usciti, c'era mare cattivo".
"Sarpotel di maiale?"
"Non è stagione".
"Be', allora che cosa mi consiglia?"
Il cameriere consigliò un piatto complicato, di maiale e pesce e verdure. Rassegnata a tutto, Gloria annuì. Ordinò del porto e si dispose ad attendere accendendo una sigaretta.
Uno scricchiolio di gradini le comunicò che arrivava un altro cliente. Un uomo sui trent'anni, con pantaloni larghi di cotone, camicia indiana e un certo numero di braccialetti d'argento, entrò nella sala, le gettò un'occhiata e andò a sedersi a un tavolo nell'angolo opposto. Questa volta il cameriere comparve subito. Le portò via il menu con un sorriso e corse dal giovanotto. La scena di poco prima si ripropose quasi uguale.
"Balchão di gamberi".
"No, stasera non c'è".
"Vindaloo di piccione".
"Molto spiacente, è terminato".
Finì per ordinare la stessa cosa che aveva ordinato lei. Anche lui accese una sigaretta davanti a un bicchiere di porto.
Dall'accento Gloria aveva capito che era italiano. Esitò un poco, poi decise che non aveva senso fare finta di niente.
"Buonasera".
L'uomo alzò gli occhi dal libro che aveva appena aperto. Gloria lo detestò per essere tanto giovane da vederci in quella penombra. Lui non parve contento di essere interpellato, ma fece un cenno con il capo.
"Italiana anche lei, eh?"
"Già. Di Torino".
"Io di Piacenza. Anzi, dei dintorni. E' sola?"
"Viaggiavo con amici che sono già rientrati. Giro ancora per un paio di settimane. E' qui da tanto?"
Era quasi pentita di avere iniziato la conversazione, che procedeva stentata come un esame mal preparato. D'altronde in quel ristorante deserto e tenebroso sarebbe stato ridicolo ignorarsi. Lo capì anche lui, che si alzò con il bicchiere in mano e venne al suo tavolo.
"Posso?"
"Mi chiamo Gloria Catelani".
"Io sono Giorgio Bassi".
E così via, finché arrivarono due birre e dopo un bel po' anche il cibo. Mangiando, Giorgio divenne più cordiale. Era come se finalmente si fosse convinto che era vero, stava proprio parlando con una signora attempata, cenava al suo tavolo, e tanto valeva adattarsi. Aveva begli occhi scuri, con ciglia lunghe, ma la faccia era come sbozzata, i lineamenti incerti e anonimi.
"Questa città è noiosissima, non trova? Eppure sono bloccato qui per qualche giorno, aspetto un vaglia da casa. Mi hanno rubato parte dei soldi ad Anjuna. Colpa mia, li avevo lasciati in camera. Ho fatto un casino ma alla polizia nessuno mi ha dato retta. Niente da fare. Ho lasciato l'albergo minacciandoli di denunce a tutte le guide turistiche, e ne ho ricavato una bella risata. Paese di merda".
"Non dica così. Se è qui vuol dire che lo ama".
"Be' sì, un po' lo amo e un po' lo odio, come tutti. Ma adesso propendo per l'odio".
"Viaggia sempre da solo?"
La cena era finita, un ultimo bicchiere di porto aggiungeva il suo cerchio appiccicoso ai tanti che decoravano la tovaglia. Giorgio afferrò il bordo del tavolo e si chinò verso Gloria. "Vuole sapere una cosa?"
"Certo".
"Sono partito con una donna, la mia donna. E lei mi ha piantato in asso".
"Come è possibile? Mi racconti".
Fuori era buio pesto, anche i rumori tranquilli delle case accanto si erano acquietati. Ogni tanto dei passi frusciavano leggeri nella strada. Gloria era sicura di aver sentito un rosicare discreto di topolini nell'ombra nera sotto i tavoli, ma fece finta di niente. Arrivò il cameriere con l'aria testona di chi vuole essere pagato ed è disposto ad aspettare finché gli intrusi non sgombrano. Uscendo dal ristorante, Gloria propose di fare due passi lungo il fiume. C'era un'aria scura e pesante che invitava alle confidenze. Sedettero su una panchina di cemento guardando le luci tremule al di là della massa d'acqua silenziosa.
"Se ne è andata senza motivo, a Mount Abu. Mi ha detto ciao e se ne è andata".
"Ma che cosa è successo, esattamente?"
Un ferry lasciò la riva opposta e traversò lento la corrente. In alto tutto era buio, i riflessi sul fiume erano come un cielo all'incontrario.
"Andava tutto bene, eravamo contenti, sognavamo questo viaggio da anni. A Mount Abu ci siamo riposati qualche giorno. Ci piace camminare, facevamo passeggiate, guardavamo il tramonto, mangiavamo schifezze, era tutto molto rilassante. Poi una sera… A Mount Abu ci sono migliaia di pipistrelli".
"Come?"
"Pipistrelloni neri, quelli che si appendono ai rami degli alberi e dormono tutto il giorno. La sera, all'imbrunire, si svegliano e partono per la caccia notturna, volano verso il deserto. Per una mezz'ora tutto il cielo è nero e si sente questo rumore di ali, come un rombo profondo. Ci piaceva guardarli. Ci sedevamo ai bordi del lago artificiale e stavamo lì finché non erano partiti tutti. Una volta Laura, quando i pipistrelli sono spariti, mi ha guardato bene in faccia e ha detto: senti, è successo qualcosa. Credevo che le fossero venute le mestruazioni, o avesse mal di pancia, una cosa così. Invece ha detto: mi sono accorta che tu non sei tu e io non sono io. Cioè? faccio io. Cioè non ha più senso che continuiamo a stare insieme. Me ne vado. Forse torno a casa, forse vado ancora un po' in giro, non so. Ma prendo un treno che parte tra due ore da Abu Road. Devo lasciarti, il pullman non aspetta. Ho pagato la mia parte di albergo. Ti ho lasciato la tua parte di Lariam e anche un po' di disinfettante e cerotti. Magari ci sentiamo in Italia, magari tra qualche mese andiamo a mangiare una pizza e ne parliamo. Per adesso ho bisogno di stare sola. Ti cercherò io. Ciao".
"Così, e basta?"
"Così. Aveva tanta fretta che non sono più riuscito a dirle niente. L'ho aiutata a mettere lo zaino sul pullman e se n'è andata. Poi sono partito anch'io e sono venuto a Goa. Doveva essere il clou del viaggio. Invece sono qui solo e mi hanno anche fregato i soldi".
Gloria dovette reprimere una voglia maligna di ridere. Così poche parole per raccontare un dramma!
"Ma non c'era stata proprio nessuna avvisaglia?"
"No, gliel'ho detto. Stavamo bene. Laura era contenta, affettuosa. Eravamo insieme da tre anni".
Il ferry vomitava una piccola folla di ritardatari. Era di sicuro l'ultimo. L'aria era ancora calda, ma l'umidità si era fatta fastidiosa. Gloria sentì una forte nostalgia del suo letto. Non sapeva come consolare Giorgio, né lui era in grado di soddisfare la sua curiosità di maggiori particolari.
"Un viaggio un po' sfortunato".
"Un viaggio di merda, può dirlo forte. Cosa racconterò ai colleghi d'ufficio lo sa il cielo. Agli amici avrà già raccontato tutto Laura".
Rientrarono in silenzio. Giorgio l'accompagnò all'albergo, che non era lontano dal suo. Presero appuntamento per cenare insieme al Venice la sera dopo.
Seduta di fronte agli affreschi di San Francesco, Gloria si perse nello straniante labirinto di figure dai lineamenti occidentali, in vesti cinquecentesche, che rappresentavano le storie del santo secondo l'interpretazione dell'anonimo pittore indiano. Le girava la testa nella ricerca di un punto fermo da cui dipanare l'intreccio di tempi e luoghi. Immaginò i portoghesi foschi e sudati nei loro abiti pesanti, tonache sai corazze collarette di pizzo e calze spesse, che si aggiravano osservando sospettosi il pittore concentrato nello sforzo di capire quello che si aspettavano da lui. Rapaci, senza donne, sicuri della loro superiorità, ciechi e tesi a soggiogare come potevano la natura esagerata le malattie la gente scura e idolatra. Ma anche capaci di sognare sogni grandiosi come attraversare gli oceani, e di realizzarli. Coraggiosi forse proprio perché incapaci di vedere.
Nell'immensa chiesa il caldo era soffocante, ma Gloria rimase a lungo svagata nei suoi pensieri. Quando uscì sulla grande spianata tra la Sé e la chiesa del Bom Jesus, la luce la colpì sgarbatamente. Aveva già visitato altre volte Goa Velha, era ritornata solo per gli affreschi. Comprò una bottiglietta di soda e la bevve in piedi, sorvegliando la strada per vedere se arrivava un autobus per la città. Ma era ancora presto, e cambiò idea. Si diresse verso il fiume, passando sotto l'arco del Viceré.
Giunse al pontile dove attraccavano i ferry. Subito la circondarono tre o quattro ragazzi, le camicie immacolate, i denti bianchi nel sorriso curioso. Quando la videro accendere una sigaretta scoppiarono a ridere, forse per l'imbarazzo del gesto sconveniente in una donna. Lei porse il pacchetto in giro, ma solo uno accettò e mise la sigaretta nel taschino, gli altri rifiutarono ridendo ancora più forte. Gloria sapeva già che cosa le avrebbero chiesto, e si preparò.
"Qual è il tuo paese? Che lavoro fai? Quanto guadagni? Sei sposata? Quanti figli hai? Dov'è tuo marito? Che lavoro fa? Quanto guadagna? Quanto costa un pacchetto di sigarette in Italia? E' la prima volta che vieni a Goa? In che albergo stai? Quanto costa una camera? Che cosa pensi dell'India? Quali sono le differenze con il tuo paese?"
Rassegnata, snocciolò le bugie bell'e pronte, elaborate in decine di conversazioni sempre uguali. Tre figli, quattro nipoti, il marito in albergo, insegnante in pensione, non si può paragonare i costi né gli stipendi dell'Italia a quelli dell'India, eh sì la vita è cara da noi. Le prime volte aveva cercato di spiegare la verità ma poi aveva capito che era molto più semplice mentire. In fondo sapeva di non ingannare nessuno. Dava le risposte che loro volevano, quelle che capivano, che non avrebbero creato stridore con la loro vita, con la sola realtà che conoscevano. Non c'era niente di male. Sorrise ai ragazzi. Erano simpatici. Timidi e sfrontati per timidezza. Gentili.

Al Venice Giorgio non c'era. Il cameriere le diede un bigliettino in cui diceva che era andato a Calangute, dato che all'American Express il suo vaglia non era arrivato e il giorno dopo era festa.
Stava mangiando il suo vindaloo di maiale quando entrarono tre persone, un indiano e due occidentali. Il cameriere fece una faccia impassibile. Evidentemente i nuovi clienti non gli piacevano.
Chiesero tre birre e tre omelette. Sembravano un po' brilli, parlavano a voce alta, in un inglese veloce, difficile da capire. Le birre finirono subito, le bottiglie si accumularono sul tavolo. Entrò una ragazza. Il cameriere, sempre presente quella sera, confabulò con lei poi la diresse al tavolo di Gloria. Parlò sottovoce.
"Posso chiederle un favore, signora? Può sedere qui la signorina? Quelli sono brutta gente. Meglio se sta con lei".
Contenta del diversivo, Gloria liberò la sedia di fronte dalla borsa. Fu sollevata di sentire che la ragazza era francese, che le era più familiare dell'inglese, e la divertì l'idea che la sua sola presenza potesse salvare una fanciulla in pericolo.
La fanciulla era meno divertita. Lanciava occhiate furtive ora ai tre, che continuavano a bere per i fatti loro, ora a lei. Era bruttina, magrolina, con un'aria poco sana e i denti sporgenti. A Gloria venne un piccolo stringimento di cuore al pensiero che comunque era giovane, e in quanto tale una possibile preda, mentre lei avrebbe potuto sedere tranquillamente al tavolo della brutta gente senza correre pericolo né suscitare i sentimenti cavallereschi del cameriere. "Grazie tante" disse la ragazza, "non pensavo proprio che in questo ristorante si potessero fare brutti incontri. La mia guida lo consiglia".
"Viaggia sola?"
"Sì, sono stata tre mesi in un ashram al nord, e domani andrò a una spiaggia per una settimana, poi torno a Bombay dove ho l'aereo per Parigi".
"Vacanze lunghe".
"Vacanze di lavoro. Sono istruttrice di yoga, ho fatto un corso di perfezionamento. E' la terza volta che vengo in India".
A Gloria la ragazza fu subito antipatica. Pedante e petulante. Si pentì del giudizio affrettato, ma ormai era fatta. Ascoltò con fastidio il modo come ordinava la cena, pedante e petulante, appunto.
"Che interessante. Vive a Parigi?"
"No, vicino a Bourges. C'è mai stata?"
"Sì, molti anni fa". Un'immagine volatile della cattedrale gelida in un gennaio polare apparve e sparì come era arrivata. Era diventata maestra nel cancellare ricordi. "In che albergo sta?" E quanto costa la camera, pensò.
La ragazza glielo disse spontaneamente. Parlava molto, sempre di sé. Sembrava che volesse sfruttare la conoscenza fortuita per rifarsi del silenzio di mesi. Probabilmente ai corsi di yoga non si chiacchiera molto, rifletté maligna Gloria. La informò che in Francia viveva con un compagno, che i mesi di solitudine le erano serviti anche per decidere che era pronta a una convivenza seria e magari a fare un figlio, che i suoi genitori erano ricchi, che lei viveva del suo lavoro ma se volevano proprio comprarle un appartamento alla fin fine avrebbe accettato, che il suo compagno era un creativo, pittore e mimo e anche un po' poeta, che a Bourges c'era un buon bacino di utenza per lo yoga perché l'unica scuola seria era la sua, e così via. Gloria sentì che le erano venute almeno dieci rughe nuove per lo sforzo di sorridere e fare smorfie d'interessamento.
Al momento del porto finale Gloria accese una sigaretta e la ragazza la guardò con disapprovazione, tossì ostentatamente malgrado fossero davanti a una finestra aperta. Gloria sorrise e le tese il pacchetto.
"Non fumo" rispose secca.
Gloria ordinò un secondo bicchiere e accese una seconda sigaretta. La ragazza chiese il conto. Ai saluti, già in piedi, le tese la mano.
"Mi chiamo Anne-Marie Rouget. Se viene a Bourges mi telefoni. Sono sulla guida".
"Gianna Bussi. Se viene a Torino mi chiami. Anch'io sono sulla guida".
I tre beoni se n'erano andati da un pezzo, e Gloria non abitava più a Torino da almeno trent'anni. Lasciò una mancia esagerata al cameriere premuroso, perché aveva notato che la francese aveva pagato il conto esattamente, contando le rupie a una a una.

A letto cercò di leggere qualche pagina prima di addormentarsi, ma la disturbava un riflesso di luce proveniente dai vetri della casa abbandonata. Finì che tirò le tende sulla notte e sprofondò in un sonno popolato da pipistrelli svolazzanti sotto le altissime volte della cattedrale di Bourges.

Non sempre riusciva a limitarsi a quello che vedeva, mangiava, toccava. C'erano momenti in cui la mente svagava nel passato e bisognava fare sforzi per imbrigliarla, chiuderla nella coscienza esclusiva di quello che diceva il passaporto - nome, cognome, età, ecc - e ciò che le permettevano traveller's cheques, carta di credito e cash. Non c'è altro né prima né dopo, solo qui e ora. Al massimo posso prendere in considerazione anche il biglietto d'aereo, ma quello può essere modificato in qualsiasi momento. Non devo guardare più in là di quello che vivo. Del passato non ci preoccupiamo, al futuro ci penserò quando sarà il momento.

Il lunedì si chiese se dovesse andare all'albergo di Giorgio a prendere notizie. Ma c'erano tanti alberghi a Panjim, poteva darsi che ne scegliesse un altro. Tornò a Goa Velha e passò la giornata a visitare tutti gli angoli che le erano sfuggiti nelle visite precedenti. La sera cenò in albergo, per paura di incontrare di nuovo Anne-Marie al Venice. Non c'erano altri ospiti, e i gestori, invece di occuparsi di lei, la prendevano come una vacanza. Mangiò tramezzini, e banane comprate la mattina al mercato. Lo squallore della cena aumentò la sua animosità nei confronti dell'innocente Anne-Marie.
Ma più tardi, al buio sulla veranda, sotto il lento cigolio dei ventilatori, ebbe un istante di vertigine felice. Se morissi adesso, pensò, mi seppellirebbero in quattro e quattr'otto sulla collina dietro alla chiesa dell'Immacolata Concezione. Metterebbero sulla tomba una croce con il mio nome e due date. Nessuno mai verrebbe a portarmi un fiore né a rimproverarmi di essere morta né a pormi domande cui non ho voluto rispondere da viva. Il caldo e l'umido e la terra vorace e la bara di legno mi farebbero sparire in fretta, erbacce e insetti mi troverebbero appetitosa. Serena, scura sparizione. Semplice sprofondare in un ciclo senza fratture. Poi un grillo si mise a frinire in un angolo, disperdendo la fantasia. Lentamente raccolse la bottiglia d'acqua minerale, la borsa preziosa piena dei documenti che attestavano la sua esistenza, il libro per attraversare le ore che la separavano dal sonno, la pila per garantirsi contro il buio sempre in agguato. Nella camera scricchiolante di assi, odorosa di legno, chiara e protetta contro la casa abbandonata che la minacciava dall'altro lato della via, lesse una storia di amori antichi e disperati. Non sognò, e non si accorse che una farfalla notturna gialla e nera volava nella stanza sbattendo contro i vetri chiusi. Fuori, in giardino, ratti e rospi vivevano la loro vita clandestina.

Perché rimango qui, si chiese mentre camminava nel mercato del pesce, annusando curiosa e schifata. Una cesta di gamberetti rosa le sorrise, uno squaletto cercò di spaventarla, un banco di acciughe le scoppiò a ridere in faccia. Un pescivendolo dalle mani sanguinolente le porse un'orata ancora guizzante. Boh. Sono proprio in mezzo a un abbraccio di spiagge dorate e non mi schiodo dalla mia guest-house seicentesca e dalle sue ombre. Potrei sguazzare e abbronzarmi, guardare il tramonto sotto una palma e raccogliere conchiglie, invece continuo a girare per conventi e chiese muffite, mercati e lungofiume che conosco a memoria.
Fuori dal capannone del pesce c'erano merci più poetiche, fiori in mazzi e ghirlande, verdure un po' rachitiche, montagne di banane, braccialetti di vetro, vestiti di nailon e magliette di lycra, scarpe di plastica, rossetti e pettinini. Niente di nuovo né di interessante. Si caricò di mezzo chilo di piccoli limoni aromatici, giusto per il piacere di sbirciare le palline gialle nella busta opaca. Sulla strada del ritorno si fermò nel tratto degli esportatori di anacardi. Non riuscì a resistere e ne comprò tre sacchetti, tostati e salati. Ottimi con il porto, meglio il minaccioso apporto calorico degli anacardi che bere a stomaco vuoto. Pregustò le pigre ore sulla veranda, il libro nuovo in cui inoltrarsi a passi lenti, i fruscii nel rampicante, le chiacchiere sommesse dei tibetani in giardino.
Mentre si rivestiva dopo la doccia, bussarono alla porta della stanza.
"C'è una visita per lei" disse il cameriere, eccitato e compiaciuto. "Un signore l'aspetta sulla veranda".
Era Giorgio. Gloria ordinò il tè e tirò fuori gli anacardi.
"Com'è andata la gita? Sono arrivati i soldi?"
"Tutto a posto. Tutto risolto. Domani parto per Bombay".
Dispiaciuta, Gloria lo guardò bene in faccia. Sembrava quasi più carino, tanto era soddisfatto. Nella luce grigioverde del cielo coperto e dei rami penduli l'incertezza dei lineamenti si perdeva, gli occhi risaltavano, persino la barba di tre giorni gli vellutava le guance con grazia.
"Contento di andarsene?"
"Be', Goa non è stata quello che mi aspettavo. Voglio ancora visitare Poona, Ajanta, Ellora, Aurangabad, Elephanta, Colaba… Quella bella stronza di Laura non mi guasterà del tutto il viaggio. Oh, mi scusi".
Gloria si chiese se lui si aspettava un'aria di disinvolta superiorità o il rossore della signora scandalizzata. Ma chi se ne frega, pensò. E' solo un tizio mollato dalla sua ragazza che non vedrò mai più in vita mia. Sorrise.
"Chissà che cosa è successo a quella bella stronza. Io conosco solo la sua versione della storia. Magari lei le ha fatto delle cose tremende. O magari la poverina è tutta sola a Piacenza che piange l'occasione della sua vita sprecata così, per un giorno di nervoso a Mount Abu".
Giorgio la guardò perplesso.
"Non è possibile. Ha tanti di quegli amici pronti a portarla fuori e amiche pronte a parlare male di me! Non è sola e non piange di sicuro".
Gloria alzò le spalle. D'improvviso sentì che non gliene fregava niente di Giorgio, di Laura, delle loro storie giovani. Le venne un rimpianto lancinante per il pomeriggio di solitaria lettura immaginato e svanito.
"Sono venuto per invitarla a cena. Al Venice alle sette?"
"Oh che gentile! Certamente".
"Allora vado. Devo fare i bagagli".
Fare i bagagli? Era sicura che non usasse più. In ogni caso, con tutti gli anacardi che aveva mangiato, avrebbe fatto volentieri a meno della cena.
Invece cenò, vindaloo e insalata di tonno e porto e un dolce della casa, impossibile da decifrare. Fu anche divertente. Giorgio era esaltato, le raccontò tutto il viaggio per filo e per segno e precedenti viaggi in Messico e in Cile e Tailandia e altri posti che lei aveva visitato anni prima, in una vita anteriore. Bevvero e fecero casino. Di nuovo il ristorante era vuoto di avventori, a parte loro due. Il conto, relativamente al Venice, fu alto, ma Giorgio rise e disse che a Piacenza non ci avrebbe pagato nemmeno una cena in pizzeria. L'accompagnò in albergo e al momento di salutarsi la baciò su tutte e due le guance.
"E' stata una fortuna averla incontrata, davvero. Mi ridice il suo cognome? Mi farebbe piacere cercarla, in Italia".
"Gloria Castellari. Sono sulla guida di Torino".
"Giorgio Bassi. Sono sulla guida di Mucinasso, ma tanto la cercherò io".
"Buon viaggio".
"Buon viaggio a lei".
Prima di dormire fece un esame di coscienza e si trovò un po' merda. Poi si ricordò che lui non le aveva neanche chiesto dove sarebbe andata, quanto sarebbe rimasta in India. Egocentrico maschietto pasticcione, pensò. Poi pensò anche, povero uomo giovane e ferito. E infine, ma chi se ne frega. E' solo un incontro di viaggio, una biglia che colpisce un'altra biglia e schizza via in direzione opposta.

Quando pioveva le piaceva correre a ripararsi sotto i portici e guardare le strade che si riempivano di torrenti torbidi, pieni d'immondizia che turbinava e galoppava e si ingorgava nei tombini. Le piaceva guardare la statua dell'abate Faria diventare liquida e lucente sotto il cielo nero. Amava il buio subitaneo che riempiva tutti gli spazi, infilandosi nelle botteghe e negli anditi e nei vicoli. Il verde improvvisamente scuro degli alberi. Il fiume che spariva sotto le raffiche grigie. L'odore di marcio, la sporcizia messa a nudo.
Potrei restare qui per mesi, sapendo di perdere l'occasione per visitare spiagge incantevoli, templi, forti, foreste. Annoiandomi, ripetendo sempre gli stessi percorsi, guardando gli stessi banchetti del mercato, in una delle cittadine più banali e meno attraenti del paese. Paga dei rampicanti, dei legni antichi dell'albergo, del traffico di ferry sul fiume, di tè e anacardi, del porto abbondante e a buon mercato, di dormire sapendo che dall'altra parte della strada c'è una casa abbandonata piena di strane luci e velenose atmosfere. Di Ganesh e madonne. Perché a dirla tutta, chi se ne frega? Meglio Panjim che tornare a casa. Meglio la noia dello straniamento che riprendere a vivere.

Andò al Venice con cinque libri da barattare con quelli contenuti nella piccola libreria all'entrata. Non c'era molta scelta: i romanzi in tedesco li scartò subito, i volumoni da milleduecento pagine di spionaggio e avventure nel bush anche, le storie romantiche di amori nei castelli irlandesi pure. Riuscì a scovare un paio di romanzi di ambientazione indiana, un giallo di Agatha Christie, dei racconti di Kipling e una biografia di San Francesco Saverio. Soddisfatta, prese un tè al tavolino presso la balconata dove si poteva sorvegliare la strada. Era più divertente che sulla veranda dell'albergo. Spiò tra le foglie il traffico nel negozio di alimentari di fronte, le studentesse del convento che tornavano a casa contegnose e chiacchierine, un andirivieni di topi nel rigagnolo, la donna che stirava al primo piano, un bambino in triciclo… Le venne una dolce sonnolenza. Si sentiva come una sagoma di cartone, una figura a due dimensioni, senza niente dietro né davanti. Stupenda sensazione. All'ora di cena mangiò uova e patate fritte, poi tornò in albergo col passo elastico di chi è a casa sua, sa che cosa ha lasciato e che cosa troverà, e ne è serenamente soddisfatta.

Pure sapeva che quello stato di grazia non poteva durare indefinitamente. Il suo biglietto di ritorno era aperto, ma in qualche modo non sembrava sensato continuare la vacanza. Ci penserò lunedì, decise. Lunedì le parve un buon momento per chiarirsi le idee.
La domenica tornò ancora una volta a Goa Velha. Si mise in fila con la piccola folla di fedeli davanti all'entrata della cappella che conteneva la tomba di San Francesco Saverio, vi girò attorno, salì al primo piano per guardarla dalla grata. Tutte cose che aveva già fatto molte volte e le davano un rassicurante senso di appartenenza. Pensò alle maestranze italiane che avevano lavorato al monumento, alle mille manovre che avevano portato la salma dal luogo della sua morte, un'isola sulle coste della Cina, alla breve sosta di Malacca, fino a quella spropositata basilica nella giungla. Desideri e volontà e sforzi e lavoro che ormai avevano significato solo per quelle poche decine di scuri devoti, che chissà come avevano trasformato nella loro mente la cupa storia di crocifissione in nome della quale pregavano. Cadaveri e resurrezione del corpo nel cuore di un paese che si liberava dalla morte con la forza severa del fuoco. Per sé, e per tutte le persone che amava e aveva amato, si augurò una fiamma pulita e robusta.

Al momento di prendere la decisione ricordò che non era più andata al fermo posta. Al CPO c'erano due persone davanti a lei, una donna sui quarant'anni di nazionalità indecifrabile, e un giovanottino con i capelli ricci e un'ombra di abbronzatura sulle guance. La donna esaminava il malloppetto di lettere raccolte sotto la S, poi passò alla V, poi alla I. Il ragazzo aveva in mano C e G. Gloria consegnò il passaporto all'impiegato, poi attese pazientemente che quello finisse lo spoglio. Sbirciandogli alle spalle vide che le sue lettere avevano francobolli italiani. "Grazie" disse, stendendo la mano per prendere la C. "Abbiamo le stesse iniziali".
Lui sorrise. Aveva denti bianchi, larghi, e sopracciglia unite. Crespo e pallido e arrossato agli zigomi. Gloria sentì un soffice pugno al cuore. In qualche modo quella faccia era un ritorno a casa, un'eco soffocata del passato. Quei colori e quelle superfici li aveva già visti su un altro volto sprofondato nel buio, milioni di anni prima. Appena ne immaginava l'aspetto giovane. Appena riusciva a pensare che era stato così, prima di lei, prima della vita.
"Oh, italiana!" disse il ragazzo.
Lei strinse le labbra annuendo.
"Carlo Gozzi, e lei?"
"Gloria Castellari".
Non arrossì. Al nome non aveva proprio potuto rinunciare. Sfogliò veloce le lettere, ne trovò tre. Al momento di restituire i mazzi, vide che Carlo Gozzi se ne era già andato. Fuori lo trovò seduto su una panchina che leggeva, un piccolo zaino appoggiato alle gambe. Sollevò lo sguardo, le sorrise di nuovo. Lei agitò la mano in un saluto scemo.
"Ci vediamo".
Non c'era bisogno di rispondere, e non rispose.

La sorpresa fu al pomeriggio, uscendo sulla veranda per il tè. Carlo Gozzi era al tavolo centrale, con un diario aperto e la biro in bocca.
"Ehi, il mondo è piccolo!"
Ancora quel sorriso bianco con le labbra senza colore e le due pieghe ai lati.
"Veramente, a Panjim ci si ritrova sempre. E' appena arrivato?"
"Sì, stamattina. Vengo da Benaulim. C'è stata?"
"No".
"E' una bella spiaggia. Tranquilla, non come le spiagge del nord".
Un attimo dopo Gloria era immersa nella biografia di San Francesco Saverio, Carlo nel diario. Fuori della veranda una pioggia leggera faceva lustri i rampicanti e profumato il giardino. Il tè forte si raffreddò lentamente nella tazza. E perché mai dovrei partire? Sto così bene qui.

Si ritrovarono a colazione. Scambiarono qualche parola da un tavolo all'altro, poi Carlo senza chiedere permesso si trasferì accanto a lei, portandosi l'ultimo numero del Times of India, carta da lettere e tre biro.
"Macchiano tutte" sospirò. "Quelle portate dall'Italia le ho finite".
"Gliene regalo io. Ne ho un mazzetto da dare ai bambini e poi me le dimentico sempre in albergo".
Arrivarono caffè e pane tostato al burro per entrambi. A Gloria venne una vertigine di ricordo, rondini e yogurt e fragole e il profumo della moka, una faccia giovane davanti. Il primo sorso di caffè le schiarì la mente.
"Allora è in giro da tanto".
"Veramente non in giro. Ho lavorato. Sono medico, ho passato sei mesi in un ospedale vicino a Bombay. Questa è la mia vacanza, poi andrò qualche settimana a Delhi e finalmente a casa". Gli fece un sacco di domande e lui rispose volentieri. Aveva un modo festoso di parlare, gli occhi neri gli brillavano di piacere. Non dava l'impressione di essere presuntuoso, solo molto fiero del suo lavoro, appassionato, sicuro che anche a lei interessasse. Le raccontò difficoltà e soddisfazioni, persone, luoghi, casi bizzarri.
"Mi sono laureato da poco a Perugia, voglio specializzarmi in medicina tropicale. Ho pensato che dovevo fare questa esperienza prima di mettermi a lavorare sul serio, dopo magari non avrò più tempo".
Che giovanotto riposante, pensò Gloria. Così sereno e positivo.
"Che cosa c'è da vedere qui? Vorrei fare un po' il turista".
Toccò a Gloria entusiasmarsi.
"Che peccato che lei abbia già visto tutto! Sarebbe stato bello andare insieme".
La vertigine ritornò. Trenta, quarant'anni fa una frase così l'avrebbe afferrata al volo, come una premessa e una promessa.
"Possiamo andarci insieme lo stesso, lei per la prima e io per l'ultima volta. La mia vacanza sta per finire".
"Oggi?"
"Il tempo di lavarmi i denti, mettermi un paio di scarpe comode, e sono pronta".

Alla stazione dei pullman comprarono una dozzina di arance amare e le mangiarono su una panchina, buttando le bucce per terra. Quando il pullman sgangherato arrivò si lanciarono all'arrembaggio con gli altri passeggeri. Era una lotta finta, il loro viaggio durava mezz'ora, ma sgomitarono e combatterono duramente per un posto a sedere come se dovessero traversare tutto lo stato. Alla fine si guardarono soddisfatti, senza pietà per le donne cariche di fagotti e figli. Una ficcò in braccio a Gloria una bambina di pochi mesi che rimase a guardarla, troppo sbigottita anche per piangere.
"Ha dei nipotini?" chiese Carlo.
"Neanche figli" stava per rispondere Gloria, poi ci ripensò.
"Sì, due. La mia figlia maggiore è sposata da sei anni. Mio figlio, invece, non si decide".
"Che cosa fanno?"
E così via. Non aveva mai immaginato che fosse tanto facile inventarsi una vita. Si scoprì una grande capacità di mentire. Al momento di scendere si era talmente affezionata alla sua finta esistenza che quasi le dispiacque smettere il racconto di quello che non era mai avvenuto.
Nel verde piazzale tra le chiese sciamavano alcune classi delle elementari. Carlo rimase fermo a guardare i bambini minuti e leggeri, strigliati all'inverosimile, trecce dritte e righe al compasso, con le camicie dell'uniforme scricchiolanti di amido, azzurrine per i riflessi dell'indaco che le mamme usavano come sbiancante. Maschi e femmine avevano ginocchia puntute, occhi lucenti per la gioia di essere in gita, lanciavano sguardi timidi. Gli ordini delle maestre, preoccupate di apparire sbrigative ed efficienti, li costringevano a voltarsi indietro furtivi per non perdere di vista i turisti.
"Le piacciono i bambini?"
"Oh sì! Voglio una famiglia numerosa. Almeno due o tre, se sarò in grado di mantenerli, naturalmente".
"Ce l'ha la ragazza?"
"Spero. Voglio dire, se avrà la pazienza di aspettarmi".
Sorrideva ingenuo, tranquillo.
"Le scrive?"
"Oh, certo. Ma è così carina… Ho sempre paura che arrivi qualcuno più in gamba di me, più interessante, e me la porti via. Non potrei biasimarla, naturalmente, ma mi dispiacerebbe tanto".
"Scommetto che avete studiato insieme".
"Come ha fatto a indovinarlo? Sì, siamo insieme dal primo anno di università. Lei però ha scelto di specializzarsi in chirurgia. Sta facendo tirocinio in ospedale".
Quell'accento morbido, carezzevole come pelo di gatto, fece scivolare Gloria in uno sperdimento del cuore. Si immaginò giovane e piena di desideri, a progettare un futuro col giovanotto dagli zigomi appena coloriti. Pensò a placidi pranzi in famiglia, a nonni e genitori che guardavano con approvazione la coppia promettente. Aspettative, la casa da arredare, un futuro ignoto ma rassicurante, la dolcezza di essere normali, la volontà di costruire. Qualcosa le punse malignamente gli occhi. Con uno sforzo ritornò sul prato dove correvano gli scoiattoli, all'ombra smisurata delle chiese. Mancherebbe ancora che mi mettessi a piangere davanti a questo incantevole ragazzo.
Visitarono tutto quello che c'era da visitare, divertendosi davanti ai ritratti paludati dei viceré e carezzando le pietre muschiose dei conventi ancora abitati da incomprensibili vite di preti e suore scuri, che biascicavano preghiere latine con accento esotico. Carlo era curioso, aveva gli stessi suoi stupori dell'immaginazione di fronte all'anomalia di quel coacervo di edifici cinquecenteschi in mezzo alla giungla.
Dalla spianata davanti alla chiesa della Madonna del Rosario osservarono il panorama di fiume e paludi.
"Pensi a che cosa doveva essere Goa cinque secoli fa. Pensi agli uomini che hanno costruito tutto ciò, costretti da invasori sicuri di avere in mano l'unica civiltà possibile, l'unica via di salvezza da quello che per loro era un inferno di caldo, malattie, sporcizia, idolatria".
Gloria ci aveva pensato tante volte. Ma non so, pensò anche, se la vita che ti aspetta sia tanto più vicina alla mia della loro. Anche noi, tutto sommato, viviamo su due pianeti differenti.
Prima di riprendere il pullman per tornare a Panjim sedettero sotto una tettoia a bere un tè. Carlo, affamato, comprò un pacchetto di gallette stantie e le mangiò con grande piacere. Gloria lo guardava invidiosa. Come dev'essere bello avere così fame da trovare buoni quei biscotti di cartone. Io potrei resistere tre giorni almeno, fino a trovare dei tramezzini decenti. O vivere di banane e anacardi. Ma qui, a Goa Velha, potrei morire di fame. Qui si trovano solo gallette.

Non riuscì a ritrovare la tranquilla mancanza di identità che le aveva reso caro il soggiorno nelle settimane precedenti. Passò una notte inquieta, in cui le ombre della casa abbandonata si insinuarono fin nella sua camera da letto, corrompendo l'allegria delle tende colorate e del copriletto. Rumori e fruscii e scricchiolii ostili riempivano l'aria. Due volte si alzò e accese la luce, sicura che un ratto era entrato da qualche pertugio nascosto. Ma tutto era immobile, normalissimo, nella stanza addolcita di legni antichi.
Di nuovo si ritrovò a fare colazione allo stesso tavolo di Carlo. Lui aveva gli occhi piccoli dei bambini appena svegli, un'ombra azzurra sulle guance, le braccia magre e tonde ai bicipiti. Le sue dita spropositatamente lunghe si imbrogliavano spalmando il burro. Aveva stabilito con il cameriere tibetano una complicità sufficiente perché quello portasse un piatto di fruit-cake a fette, ridendo alle sue battute assonnate. Prima di ritornare nelle latebre da cui usciva per servirli lanciò a Gloria un'occhiata che la fece arrossire. Vecchia ma sempre appiccicata ai ragazzi, dicevano i suoi occhi bui della stanchezza di osservare gli stranieri.
E' ora che parta.
"Quando partirà?"
Non aveva una risposta, non ancora.

Passeggiarono nel mercato, sul lungofiume, si infilarono in ogni stradina di Fontainhas perdendosi e ritrovandosi, si buttarono sfiniti sulle sedie del Venice, tornarono al CPO in cerca di lettere, mangiarono pannocchie abbrustolite per strada e gettarono i torsoli sui mucchi d'immondizia. Carlo attaccava discorso con tutti, anche con chi non parlava inglese, agitava le mani e sorrideva finché quelli forse capivano e davano risposte precise o indicazioni a vanvera. Sapeva un sacco di cose sull'India, gli piaceva spiegare la politica, raccontare le sfumature sociali e i comportamenti religiosi che aveva osservato nei suoi pazienti o colleghi. Gloria, ascoltandolo, si rese conto una volta di più di percepire la realtà esclusivamente con i sensi e l'immaginazione.
Ma più spesso lo lasciava chiacchierare seguendo il suono soffice della sua voce, intenta alla curva tra il naso e il labbro superiore, ai riccioli neri e crespi, alle sopracciglia unite, al collo largo, che le facevano venire in mente un volto che non aveva mai visto giovane. Come se riconoscesse qualcosa che non conosceva. Come avere perso qualcosa ancora prima di averlo trovato.
"Che cosa le è mancato di più in questi mesi, a parte le persone?"
"Mah… certo gli spaghetti al sugo di mia mamma. E ballare, la musica. La mia macchina".
Per fortuna non le girò la domanda.

Successe che la sera dopo, quando già Gloria e Carlo avevano prenotato rispettivamente un volo e un posto in treno, seconda classe (venticinque ore di viaggio) per Bombay, all'albergo arrivò una ragazza americana sui vent'anni, bella e scura come le notti di Goa. Scaricò lo zaino nella camera accanto a quella di Gloria, fece un sacco di casino, bussò tre volte per chiederle in prestito lo sciampo e un pezzo di corda e un elastico. Più tardi sedette al tavolo dove Gloria scriveva le ultime cartoline e quando Carlo uscì dalla sua stanza, che dava direttamente sulla veranda, lo accolse calorosamente.
Si chiamava Liza Franklin, era euforica e cordiale, studiava pedagogia alla Cornell University, Ithaca, era appena sbarcata in India e voleva sapere tutto quello che c'era da sapere. Le sue tettine si agitavano curiose nella canottiera cachi. Una peluria ossigenata sulla testa tonda e semirasa rifletteva la pallida luce della lampadina, le mani dalle unghie quadre muovevano l'aria più dei ventilatori. Labbra carnose e occhi guizzanti. Carlo la guardava con il suo sorriso festoso, rispondeva alle mille domande nel suo inglese dall'accento mezzo umbro e mezzo indiano. Gloria, incantata dalla ragazza, si sentì di colpo vecchia e stanca.
Andarono a cena al Venice. Chourisso e vindaloo, sarpotel e gamberi, quella sera c'era di tutto. Brindarono con birra e rosso Golconda, porto tiepido, acquavite di cocco e acqua minerale. Tornarono sbronzi e pieni di rutti alla cipolla e cumino. All'albergo avevano già chiuso e spento le luci, le chiavi erano poggiate sul tavolo della veranda.
"Bella serata" disse Carlo sulla porta della stanza.
"Non ho ancora sonno, rimaniamo un po' al fresco" sussurrò Liza.
Gloria li salutò baciandoli sulle guance. Quelle di Liza erano fresche, Carlo scottava come avesse la febbre.

A letto maledisse il chourisso. Le bruciava lo stomaco, la testa pulsava. Orribile cosa il corpo di una vecchia. Pensò alla pelle nera di Liza che in quel momento fremeva sotto le labbra pallide di Carlo. Lo vide da lì a dieci, vent'anni, appena più maturo, una ciocca argentea nei capelli bruni che lo faceva somigliare ancora di più al volto che lei non aveva conosciuto giovane, sereno e insieme appassionato, un braccio sulla spalla della sua serena e appassionata donna.
"Ma tu, quand'eri in India…"
"Non vedevo l'ora di tornare da te, amore mio. A Goa, guarda… avrei tanto voluto che tu fossi con me".
Immaginò il calore del suo petto glabro. Questo le era mancato, il contatto della pelle, il calore di un corpo a cui stringersi per ricordare di essere viva. Ma l'idea di quel corpo così giovane era quasi disgustosa. Fortunatamente il sonno la prese e la portò in un paese di prati verdi e vecchi alberi, dove trascorse una notte senza desideri. Al mattino il mal di stomaco era passato.

Erano già svegli, spalla a spalla davanti a un'enorme teiera di terraglia bianca e due piatti di uova fritte. C'era una tazza anche per lei. Liza le versò il caffè, che poteva essere anche tè, tanto gusto, colore e aroma erano gli stessi.
"Tost al burro, ancora caffè" gridò Carlo sporgendosi dalla balaustra in mezzo alle frasche.
Preciso, il cameriere arrivò con il vassoio carico. Lanciò un'occhiata quasi di trionfo a Gloria, come a dire: visto? Il mondo è tornato alla normalità, il giovane con la giovane e la vecchia sola e spettinata.
"C'è il sole" disse Liza, anche lei trionfante.
"Già. Sempre che duri. Oggi devo fare un po' di acquisti, è l'ultima occasione. A Bombay non esco nemmeno dall'aeroporto".
"Io domani vado a Colva" annunciò Liza.
Carlo sospirò.
"Io devo fare lo zaino. Per essere alla stazione di Vasco da Gama alle sette mi toccherà muovermi alle quattro. Finite le vacanze".
Il vortice di peluzzi che gli univa le sopracciglia sopra il naso era più battagliero del solito. Gli occhi neri brillavano di stanchezza e allegria. Gloria lanciò uno sguardo furtivo nella porta spalancata della sua stanza. Si vedeva solo un gran disordine di scarpe, vestiti e lenzuola.
Al di là del giardino un brivido di sole brillò sui vetri della casa vuota. Gloria pensò che l'unica cosa che la rallegrava, nella partenza, era l'idea di non vedere più quelle persiane sbilenche e ammiccanti.
Liza portava la stessa canottiera della sera prima, Carlo una camicia bianca, pulitissima e spiegazzata. Uno scoiattolo si avvicinò timido saltando da un albero alla scala, ma scappò via quando Liza cercò di attirarlo con un pezzo di biscotto.
"Bene" disse Gloria "è l'ora dell'addio. Io devo uscire, tornerò tardi".
Carlo non protestò, corse a prendere l'agenda e una biro.
"Indirizzo".
Gloria scrisse diligente, Gloria Castellari, e un indirizzo che a quello che ricordava corrispondeva a una famosa pasticceria del centro di Torino. Ripiegò il foglietto che Carlo le porse. In camera, prima di lavarsi i denti, lo buttò nel gabinetto e tirò l'acqua.
Quando ripassò sulla veranda per uscire, tazze teiera e piatti erano ancora sulla tavola e la porta della stanza di Carlo era chiusa. Scendendo per le scale le parve di sentire un mormorio, ma lo scricchiolio dei gradini era così forte che cancellò ogni altro rumore.
Aveva pensato di andare a cena al Venice per l'ultima volta, ma era troppo stanca e non aveva fame. Sedette al solito tavolo della veranda, il libro aperto sulla tovaglia macchiata, e ordinò un piatto di sandwich al formaggio.
Stava ancora aspettando quando arrivò Liza, bionda e scura e splendente in un camicione rosso.
"Sono stata a Vasco da Gama ad accompagnare Carlo" sospirò stravaccandosi su una sedia "dio che caldo. E che folla. Sono stanca".
"Che cosa mangi?"
"Niente, prendo solo un tè. Tra cinque minuti voglio essere a letto. Il mio pullman domani mattina parte alle otto".
"Io mi devo alzare alle sei per andare all'aeroporto. Ti piacerà Colva, mi hanno detto che è una bella spiaggia".
Tese la mano verso i tovaglioli di carta nello stesso momento in cui Liza cercava lo zucchero. Le due mani, una nera e liscia, l'altra bianca, rugosa e coperta di macchie marrone, restarono accanto per un attimo.
"Be', buona notte".
"Buon viaggio, Liza. Divertiti". Ancora una volta si baciarono, le braccia magre di Liza, con una pieghina infantile all'ascella, strinsero le spalle di Gloria. La ragazza aveva un buon profumo, di sudore giovane e borotalco. Non si scambiarono gli indirizzi.
Sul taxi per l'aeroporto Gloria dormicchiò finché la luce non divenne troppo forte. Non c'era ancora traffico, la macchina correva veloce sulla strada lucida di umidità. Al check-in era la prima, non dovette fare coda.
"Buon viaggio, signora Catelani" disse l'impiegato porgendole la carta d'imbarco.
"Sarà certo ottimo, grazie" rispose Gloria.
Fu la prima a passare la dogana, e l'ultima a salire sull'aereo.

 

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